
Milano
Progetto fotografico di Mauro Carrannante
11-13/09/26
Palazzo Rosso, Cengio
Mostra a ingresso libero nelle giornate del Festival.

Milano è un progetto fotografico a lungo termine che Mauro Carrannante porta avanti dal 2019. Non nasce con l’intento di descrivere la città in maniera esaustiva, né di costruirne un ritratto riconoscibile attraverso i suoi luoghi simbolici. Milano diventa piuttosto il territorio all’interno del quale sviluppare una ricerca personale sul rapporto tra spazio urbano e presenza umana.
Il progetto si costruisce intorno a tre tensioni fondamentali: la prevalenza della città sull’elemento umano, i contrasti che attraversano Milano e il dialogo continuo tra presenza e assenza.
Nelle immagini di Carrannante la città sembra spesso assumere una dimensione dominante. Architetture, superfici, linee e spazi urbani costruiscono una struttura all’interno della quale l’essere umano appare come una presenza fragile, temporanea, talvolta marginale.
È la città a determinare la scala dell’immagine.
L’individuo la attraversa, compare al suo interno, lascia una traccia e scompare. Da questa relazione emerge il primo nucleo della ricerca: il confronto tra la permanenza dello spazio urbano e la transitorietà della presenza umana. Milano non è soltanto lo scenario nel quale si svolge la vita, ma diventa una presenza con la quale l’individuo è costantemente chiamato a misurarsi.
A questa tensione si aggiunge quella del contrasto. Un contrasto che è certamente architettonico e visivo, ma che diventa soprattutto relazionale. La città accosta continuamente realtà differenti, genera prossimità e distanze, produce incontri e separazioni. Carrannante osserva queste frizioni senza cercare necessariamente di risolverle, lasciando che siano le immagini a custodirne l’ambiguità.
Al centro del progetto emerge infine il rapporto tra presenza e assenza umana. Ciò che appare all’interno dell’inquadratura dialoga continuamente con ciò che rimane fuori. Una figura può occupare fisicamente uno spazio e, allo stesso tempo, apparire distante; un luogo apparentemente vuoto può conservare le tracce di chi lo ha attraversato.
La fotografia diventa così un modo per interrogare la distanza tra ciò che vediamo e ciò che esiste realmente.
In questa oscillazione tra pieno e vuoto, incontro e solitudine, Carrannante costruisce una Milano personale e interiore. La città osservata attraverso il mirino diventa anche uno spazio attraverso cui l’autore interroga se stesso.
La materia dell’immagine
Le sei fotografie selezionate per l’esposizione sono realizzate utilizzando pellicole Ferrania P30, esposta a 200 ISO, e Ferrania P33, esposta a 400 ISO. Due delle immagini sono state scattate quando la luce naturale era ormai scomparsa.
La scelta della pellicola e del bianco e nero non costituisce quindi soltanto una decisione estetica, ma appartiene alla natura stessa della ricerca di Carrannante. Luce e ombra diventano elementi attraverso i quali la città viene progressivamente sottratta alla sua rappresentazione più immediata per trasformarsi in uno spazio mentale.
Le sei fotografie costituiscono soltanto un piccolo nucleo rappresentativo di una ricerca molto più ampia. Milano è infatti un progetto ancora in divenire, destinato a confluire in un libro di fotografie e testi. Anche la destinazione finale del lavoro introduce una dimensione sociale coerente con i temi affrontati: i proventi della pubblicazione saranno devoluti ad associazioni impegnate nel sostegno delle persone che vivono in condizioni di solitudine.
Il progetto assume così la forma di una lunga interrogazione sulla città contemporanea e sull’individuo che la attraversa.
Una città abitata da milioni di persone può essere anche il luogo della distanza.
Uno spazio pieno può contenere un’assenza.
E una figura solitaria, quasi inghiottita dall’architettura, può diventare il punto attraverso cui tornare a interrogare la misura dell’essere umano dentro la città.
Mauro Carrannante
Mauro Carrannante è fotografo per vocazione e CFO per professione. Nato a Roma, dove vive fino ai trent’anni, dopo un periodo segnato da viaggi e spostamenti legati al lavoro si stabilisce nel Milanese nel 2010.
La fotografia entra nella sua vita nel 2004 e diventa progressivamente uno strumento privilegiato di osservazione e ricerca personale. La sua pratica è legata in maniera rigorosa alla fotografia analogica e al bianco e nero, scelta che Carrannante considera essenziale per concentrare lo sguardo su ciò che realmente desidera raccontare, eliminando gli elementi che potrebbero distrarre dalla relazione più profonda con il soggetto e con l’immagine.
Un riferimento fondamentale della sua ricerca è il fotografo cileno Sergio Larrain, nel cui lavoro Carrannante riconosce una concezione della fotografia fondata sull’emozione prima ancora che sulla perfezione formale. Da questa sensibilità nasce la ricerca di un’immagine umanistica prima che estetica, capace di prendere forma attraverso l’incontro e l’esperienza piuttosto che attraverso la ricerca dello scatto tecnicamente perfetto.
La fotografia assume così una dimensione profondamente personale. Il mondo esterno non è soltanto qualcosa da documentare, ma diventa uno spazio attraverso cui rivolgere lo sguardo verso l’interno. Il mirino rappresenta una soglia tra ciò che accade davanti alla macchina fotografica e ciò che l’immagine è in grado di far emergere nell’autore.
Praticante di Aikido, primo Dan, lettore e viaggiatore, Carrannante riconosce nella propria pratica fotografica gli stessi principi di attenzione, presenza e ascolto che accompagnano queste esperienze. Fotografare significa quindi disporsi all’incontro, osservare e attendere, mantenendo una relazione consapevole con ciò che accade.
La sua ricerca si muove così tra osservazione del reale e introspezione, privilegiando una fotografia nella quale la presenza umana, la solitudine, le relazioni e gli spazi diventano strumenti attraverso cui interrogare tanto il mondo esterno quanto la propria dimensione interiore.
Come sintetizza lo stesso autore: «Non fotografo il mondo che mi circonda: uso il mirino per scavare dentro di me, per dare forma alle ombre che voglio imparare a domare.»



