
La scelta del tempo
Mostra fotografica di Roberto Ricci
11-13/09/26
Palazzo Rosso, Cengio
Mostra a ingresso libero nelle giornate del Festival.
La fotografia di Roberto Ricci nasce dall’incontro tra mestiere, esperienza e necessità dello sguardo. Classe 1950, napoletano di nascita e per scelta, fotografo per professione e per passione, Ricci ha attraversato quasi quarant’anni di storia della fotografia lavorando per trentanove anni nei laboratori fotografici del Ministero della Cultura, tra Taranto, Napoli e Milano. Un’esperienza professionale lunga e articolata, maturata a diretto contatto con le opere d’arte e con le pratiche della loro riproduzione fotografica, alla quale ha progressivamente affiancato una ricerca personale dedicata all’uomo, al ritratto e alle relazioni che si stabiliscono tra le persone e i luoghi che abitano.
Nel corso degli anni la sua attività si è sviluppata attraverso progetti, collaborazioni e numerose esposizioni personali in Italia e all’estero, comprendendo anche esperienze realizzate in relazione con l’Accademia di Belle Arti. Al centro, tuttavia, è rimasta una concezione della fotografia che non separa mai completamente competenza tecnica e partecipazione umana. La conoscenza dei materiali, della luce, dei procedimenti di ripresa e di stampa non costituisce per Ricci un esercizio formale, ma lo strumento attraverso il quale costruire una relazione con ciò che si trova davanti all’obiettivo.
Da circa vent’anni questa ricerca ha assunto una direzione precisa, concentrandosi sulla fotografia umanista, sul ritratto ambientato e sul racconto sociale, attraverso l’utilizzo esclusivo di materiale analogico in bianco e nero.
È una scelta che potrebbe apparire, a uno sguardo superficiale, come la permanenza di una pratica appartenente alla storia della fotografia. Per Ricci è esattamente il contrario: «Credo che la pellicola non sia il ricordo del passato fotografico, ma una scelta alternativa del futuro.» In questa affermazione si concentra una parte fondamentale della sua poetica. La pellicola non rappresenta il rifugio nostalgico in una fotografia scomparsa e neppure il rifiuto delle trasformazioni tecnologiche che hanno investito l’immagine contemporanea. È piuttosto la rivendicazione della possibilità di continuare a fotografare secondo un diverso rapporto con il tempo.
In un presente caratterizzato dalla produzione e dalla circolazione potenzialmente illimitata delle immagini, fotografare in analogico significa infatti tornare ad accettare il limite. Il numero finito dei fotogrammi, l’impossibilità di verificare immediatamente il risultato, l’attesa dello sviluppo, la materialità del negativo e della stampa introducono una distanza tra il momento dell’esperienza e quello della restituzione dell’immagine. Quella distanza diventa uno spazio di consapevolezza.
Ogni fotografia presuppone una scelta. Ogni fotogramma acquista il peso di una decisione. L’immagine non deriva dalla possibilità di accumulare innumerevoli variazioni dello stesso istante, ma dalla necessità di riconoscere, nel fluire della realtà, il momento nel quale qualcosa merita di essere trattenuto.
È soprattutto nel ritratto che questa concezione trova una delle sue espressioni più compiute. La ricerca di Ricci si colloca all’interno della tradizione della fotografia umanista senza trasformarla in una citazione del passato. Al centro rimane la persona: il volto, il corpo, i gesti, le relazioni, ma anche ciò che la circonda.
Il ritratto ambientato diventa così uno strumento per raccontare l’individuo attraverso il rapporto con il proprio spazio. Oggetti, pareti, strade, luoghi di lavoro e ambienti quotidiani non costituiscono semplicemente lo sfondo dell’immagine, ma partecipano alla costruzione del racconto. La persona fotografata continua ad appartenere al proprio mondo e proprio da questa relazione emergono elementi della sua identità.
Nei suoi progetti dedicati al ritratto sociale – come emerge anche dall’esperienza espositiva di Noi – assume particolare importanza il rapporto empatico instaurato con i soggetti. Fotografare significa allora avvicinarsi senza invadere, osservare senza trasformare l’altro in oggetto dello sguardo, attendere che tra fotografo e persona fotografata si produca quella particolare condizione nella quale la presenza può diventare immagine. Non è soltanto questione di composizione o di tecnica. È una questione di distanza. La fotografia nasce nello spazio, spesso minimo, che separa due persone.
Il bianco e nero rafforza questa ricerca dell’essenziale. La rinuncia al colore non impoverisce la realtà, ma ne modifica la percezione. La luce costruisce i volti, le ombre definiscono gli spazi, le gradazioni tonali separano e contemporaneamente mettono in relazione persone e ambienti. La realtà fotografata viene sottratta alla sua immediatezza e restituita attraverso una grammatica visiva nella quale luce, materia e tempo acquistano un nuovo equilibrio.
In questo processo assume un ruolo fondamentale anche la stampa ai sali d’argento. L’immagine non termina con lo scatto. Il negativo deve essere sviluppato, interpretato, stampato; la fotografia deve progressivamente apparire.
Per chi ha trascorso quasi quarant’anni all’interno dei laboratori fotografici, questa dimensione materiale non può essere considerata un elemento secondario. Ricci conosce l’immagine anche attraverso ciò di cui è fatta. La pellicola, la carta, la chimica, l’esposizione e il tempo dello sviluppo appartengono alla costruzione del linguaggio tanto quanto l’inquadratura. La camera oscura introduce inoltre un’esperienza oggi sempre meno comune: l’attesa dell’immagine.
Tra il momento dello scatto e quello nel quale la fotografia diventa visibile esiste un intervallo. In quell’intervallo la memoria conserva ciò che l’occhio ha visto, mentre la materia fotografica custodisce qualcosa che ancora non può essere osservato. Soltanto successivamente l’immagine emerge e può essere confrontata con il ricordo dell’esperienza che l’ha generata.
È forse proprio qui che la lunga esperienza professionale di Roberto Ricci e la sua ricerca personale finiscono per incontrarsi. Per decenni la fotografia è stata per lui uno strumento attraverso il quale documentare e conservare il patrimonio artistico. La riproduzione di un’opera richiede precisione, conoscenza della luce, rispetto dell’oggetto e consapevolezza della responsabilità che ogni immagine assume quando diventa documento. Nella fotografia umanista quella stessa attenzione sembra trasferirsi dall’opera alla persona.
Se nel laboratorio fotografico l’immagine contribuisce a conservare il patrimonio, nella ricerca personale di Ricci la fotografia sembra voler custodire qualcosa di altrettanto fragile: la presenza dell’uomo nel tempo. Volti, corpi, ambienti e relazioni diventano tracce di esistenze incontrate. Non monumenti, ma frammenti della vita quotidiana; non necessariamente eventi straordinari, ma situazioni nelle quali un gesto, uno sguardo o una distanza tra due persone possono improvvisamente rivelare qualcosa di universale.
È questa attenzione all’ordinario a ricondurre il suo lavoro alla grande esperienza della fotografia umanista: la convinzione che l’essere umano continui a essere un territorio inesauribile di osservazione e che la fotografia possa ancora raccontarlo senza bisogno di trasformarlo in spettacolo. In questo senso, la scelta analogica di Roberto Ricci acquista un significato che supera la tecnica.
Continuare a utilizzare la pellicola significa affermare un diverso modo di produrre e soprattutto di pensare le immagini: più lento, selettivo, materiale. Significa attribuire nuovamente valore all’attesa, al limite, all’errore, all’irripetibilità dello scatto e alla relazione tra chi fotografa e chi viene fotografato. La fotografia di Roberto Ricci vive così in una condizione apparentemente paradossale: utilizza uno dei procedimenti che hanno costruito la storia del medium per interrogare il suo futuro.
Ma è proprio questo paradosso a renderne contemporanea la ricerca. Perché la pellicola, nelle sue fotografie, non rappresenta ciò che sopravvive del passato. È piuttosto una possibilità ancora aperta: un modo per opporre alla velocità dello sguardo la durata dell’osservazione, alla quantità delle immagini la responsabilità della scelta, all’immediatezza dello schermo la presenza fisica della fotografia.
La pellicola non è, dunque, il luogo della nostalgia. È una materia del presente e una possibilità del futuro. E continuare a fotografare attraverso di essa significa, per Roberto Ricci, continuare a credere che tra la luce, il tempo e l’incontro con l’altro esista ancora qualcosa che merita di essere atteso.


