
Progetti andati in fumo. Itinerari fotografici fra torri, ciminiere e teleobiettivi
Progetto fotografico di Vito Lupo
11-13/09/26
Palazzo Rosso, Cengio
Mostra a ingresso libero nelle giornate del Festival.
Presentazione venerdì 11 settembre nel pomeriggio, durante la tavola rotonda Archivi e memoria.
Progetti andati in fumo è parte di una ricerca iniziata da Vito Lupo nella seconda metà degli anni Settanta e sviluppata ininterrottamente nell’arco di quasi mezzo secolo: la costruzione di un grande catalogo-atlante fotografico di archeologia industriale. Un archivio di immagini, ma anche un progetto di conoscenza.
Fin dalle sue origini, il lavoro si sviluppa attraverso alcuni temi-guida riconducibili a due elementi fondamentali nella storia della tecnologia: l’acqua e il fuoco. All’acqua appartengono canali, mulini e motori idraulici: sistemi attraverso i quali, per secoli, l’essere umano ha trasformato l’energia naturale in forza produttiva. Al fuoco appartengono forni, fornaci, generatori di vapore, motori esotermici, ferrovie e apparati di tiraggio: tecnologie che hanno accompagnato l’affermazione della civiltà industriale e trasformato radicalmente il paesaggio.
Lupo fotografa questi manufatti cercando sempre di comprenderne la relazione con ciò che li circonda. La fabbrica non viene isolata dal territorio. Il manufatto tecnologico viene osservato insieme alle infrastrutture che lo servono, alla geografia che ne ha determinato la posizione, alle risorse che ne hanno consentito il funzionamento e alle trasformazioni che la sua presenza ha prodotto nel paesaggio. Fotografare significa quindi mettere in relazione.
Orizzonti verticali
All’interno di questo grande atlante, un elemento ha assunto nel corso dei decenni un ruolo particolare: la ciminiera industriale. Nata innanzitutto come soluzione a un problema tecnico, la ciminiera diventa con l’industrializzazione una delle presenze più riconoscibili del paesaggio moderno. Una linea verticale capace di emergere sopra il profilo orizzontale della fabbrica, della città e della campagna.
Un punto di riferimento. Un segnale della produzione. Ma anche un manufatto architettonico dotato di una propria storia, di differenti tipologie costruttive e, in alcuni casi, di sorprendenti qualità formali.
Nel corso di circa mezzo secolo Lupo ha fotografato oltre ottocento ciminiere industriali. Più della metà è ormai scomparsa. Il trascorrere del tempo ha quindi trasformato progressivamente il significato dell’archivio. Fotografie realizzate per studiare e catalogare manufatti esistenti sono diventate documenti di architetture che non possono più essere osservate. La fotografia ha finito per conservare ciò che il paesaggio ha cancellato.
Fotografare, catalogare, comprendere
Il progetto non si esaurisce nella raccolta delle immagini. Alle fotografie si affiancano la georeferenziazione dei manufatti, la ricerca negli archivi aziendali e lo studio della storia tecnologica delle ciminiere dalla seconda metà del XVIII secolo fino al secondo Novecento.
Manuali, trattati tecnici e pubblicistica d’epoca – soprattutto inglese, francese e tedesca – permettono di ricostruire l’evoluzione di strutture che siamo abituati a percepire come apparentemente semplici, ma che nascondono una complessa storia ingegneristica e costruttiva.
Una particolare attenzione è dedicata ai capitelli delle ciminiere. È proprio nella parte più alta di queste grandi architetture verticali che la necessità tecnica incontra talvolta l’ornamento.
Geometrie, cornici, modanature e decorazioni trasformano la sommità della ciminiera in uno spazio nel quale emerge la cultura dei costruttori. In alcuni manufatti Lupo individua anche segni e simboli lasciati quasi in filigrana, testimonianza della continuità con l’antica tradizione dei mastri muratori.
Catalogare queste forme significa allora riconoscere che anche l’architettura apparentemente più funzionale della civiltà industriale può contenere identità, linguaggio e bellezza.
Un atlante della scomparsa
Dopo quasi mezzo secolo, il progetto racconta inevitabilmente anche un’altra storia. Quella della perdita.
Fabbriche demolite, infrastrutture abbandonate, fornaci cancellate, impianti trasformati e ciminiere abbattute hanno progressivamente modificato il paesaggio nel quale quelle fotografie erano state realizzate. Il Catalogo/Atlante diventa così una sorta di cartografia della memoria industriale.
Ogni fotografia indica un luogo. Ogni luogo racconta una tecnologia. Ogni tecnologia rimanda a persone, competenze, produzioni e forme del lavoro. E molte di quelle coordinate oggi conducono verso qualcosa che non esiste più. È in questa distanza tra ciò che la fotografia mostra e ciò che il territorio conserva che Progetti andati in fumo trova il proprio significato più profondo.
La fotografia registra il presente, ma non può sapere che cosa di quel presente sopravvivrà. Solo il tempo trasforma alcune immagini in documenti. Le oltre ottocento ciminiere fotografate da Vito Lupo diventano così le coordinate di un viaggio attraverso la storia industriale e, contemporaneamente, attraverso la sua progressiva scomparsa.
Linee verticali che un tempo segnavano l’orizzonte e che oggi, in molti casi, continuano a esistere soltanto nella memoria e nella fotografia.
Vito Lupo
Vito Lupo è fotografo e ricercatore specializzato in Archeologia Industriale e patrimonio industriale. Diplomato al Primo Liceo Artistico di Torino, dalla metà degli anni Settanta sviluppa una ricerca fotografica dedicata alle architetture della produzione e alle trasformazioni del paesaggio industriale.
La formazione artistica costituisce fin dall’inizio un elemento centrale del suo approccio. Lupo applica alla documentazione di fabbriche, infrastrutture e manufatti industriali i principi estetici e compositivi maturati durante gli studi, nella convinzione che una fotografia formalmente consapevole possa diventare anche un efficace strumento di conoscenza.
La sua attività prende forma negli anni in cui in Italia comincia ad affermarsi l’archeologia industriale come nuovo ambito di ricerca. Fotografia, indagine storica e conoscenza tecnica diventano così parti di un unico metodo attraverso il quale leggere le tracce lasciate dai processi produttivi sul territorio.
Il suo praticantato si svolge come freelance presso studi di grafica e di ingegneria e attraverso diverse collaborazioni con il Politecnico di Torino. Nel corso degli anni estende la propria ricerca allo sviluppo storico dell’industria laterizia e molitoria, alle infrastrutture territoriali, in particolare ferrovie e canali, e alla tecnologia del fuoco, studiando forni, generatori di vapore e ciminiere industriali. Parallelamente costruisce un vasto archivio fotografico dedicato a questi soggetti.

A partire dal 1980 concentra parte significativa delle proprie ricerche sul territorio di Settimo Torinese, elaborando un vasto programma di conoscenza e valorizzazione del suo patrimonio archeologico-industriale. Da questa esperienza prende forma il progetto dell’Ecomuseo del Freidano, dedicato alla relazione secolare tra acqua, energia, attività produttive e trasformazioni del territorio.
Lupo lavora successivamente all’interno dell’Ecomuseo fino al 2023, affiancando all’attività istituzionale la ricerca, la fotografia, la progettazione culturale e la divulgazione. Nel corso degli anni collabora inoltre con istituzioni, professionisti e organismi impegnati nello studio e nella tutela del patrimonio industriale, partecipando a convegni, mostre e progetti di ricerca in Italia e all’estero.
Tra i nuclei più longevi della sua ricerca emerge quello dedicato alle ciminiere industriali, osservate contemporaneamente come manufatti tecnologici, elementi architettonici e segni verticali capaci di modificare profondamente la percezione del paesaggio. Già dagli anni Ottanta Lupo dedica studi e pubblicazioni alla loro evoluzione storica e costruttiva, sviluppando nel tempo un vasto lavoro di catalogazione fotografica.
La sua ricerca si colloca così all’intersezione tra fotografia, storia della tecnologia, territorio e memoria industriale. L’immagine fotografica non rappresenta soltanto la registrazione di ciò che esiste, ma diventa uno strumento per catalogare, confrontare e comprendere le trasformazioni del paesaggio.
In quasi mezzo secolo di attività, questa pratica ha assunto anche un crescente valore documentario: molti degli edifici, delle infrastrutture e delle ciminiere fotografati sono infatti stati trasformati o sono definitivamente scomparsi.
La fotografia diventa allora anche archivio della perdita: una forma di memoria capace di conservare le tracce materiali di una civiltà industriale e di restituire al presente ciò che il territorio non è più in grado di mostrare.


