La mostra Bernd & Hilla Becher. History of a Method, ospitata dalla Fondazione MAST di Bologna dal 23 aprile al 27 settembre 2026, costituisce un’importante occasione per ripercorrere il lavoro di due figure fondamentali della fotografia del secondo Novecento. Bernd Becher (1931–2007) e Hilla Becher (1934–2015) hanno infatti costruito, nell’arco di oltre cinquant’anni, un vastissimo progetto di documentazione delle architetture industriali europee e nordamericane, elaborando un metodo fotografico capace di collocarsi in una zona di confine fra documento, catalogazione, ricerca storica e pratica artistica. La retrospettiva bolognese, curata da Gabriele Conrath-Scholl, Max Becher e Urs Stahel, raccoglie oltre 350 fotografie originali in bianco e nero, accompagnate da disegni, libri, poster e altri materiali che permettono di ricostruire la genesi e l’evoluzione del loro metodo.
Il percorso dei Becher prende forma alla fine degli anni Cinquanta. I due si incontrano nel 1957 all’Accademia di Düsseldorf e dal 1959 iniziano a fotografare insieme, concentrandosi inizialmente sul paesaggio industriale della Ruhr, profondamente segnato dalle attività minerarie e siderurgiche. È un momento storico decisivo: molti degli impianti costruiti durante le precedenti fasi dell’industrializzazione stanno diventando obsoleti e vengono progressivamente chiusi, trasformati o demoliti. La fotografia assume così, fin dall’inizio, anche il valore di una registrazione di ciò che sta scomparendo.
Torri d’estrazione, altiforni, gasometri, torri idriche e di raffreddamento, bunker per il carbone, silos, forni da calce e altri edifici funzionali vengono osservati dai Becher con una precisione quasi scientifica. Le strutture sono generalmente isolate dal contesto, riprese frontalmente e secondo condizioni il più possibile uniformi. Ciò che interessa ai fotografi non è la spettacolarizzazione della fabbrica né la rappresentazione del lavoro industriale in senso sociale o narrativo, ma la forma dell’architettura produttiva. Gli edifici vengono trattati come oggetti da osservare, descrivere e soprattutto confrontare.
È proprio il confronto a costituire uno degli elementi più originali del loro metodo. Le fotografie vengono organizzate in sequenze e tipologie, spesso composte da gruppi di nove fino a ventiquattro immagini disposte in griglie regolari. Accostando strutture destinate alla stessa funzione, apparentemente simili, emergono progressivamente le differenze: variazioni costruttive, proporzioni, materiali, adattamenti locali e soluzioni tecniche. La serialità non cancella quindi l’individualità dell’oggetto, ma paradossalmente la rende più evidente. È osservando insieme molti gasometri, molte torri idriche o molti altiforni che ciascuna costruzione rivela la propria specificità.

Da questo punto di vista, la fotografia dei Becher può essere letta come una particolare forma di archivio visuale dell’industria. Non si tratta però di un archivio neutrale. La scelta dei soggetti, la posizione della macchina fotografica, l’uniformità della luce, l’eliminazione degli elementi contingenti e soprattutto l’ordinamento successivo delle immagini costruiscono un vero e proprio sistema di conoscenza. Fotografare significa classificare; classificare significa stabilire relazioni tra gli oggetti e renderne leggibile la storia.
Un passaggio fondamentale nella definizione di questa ricerca è rappresentato dal volume Anonyme Skulpturen, pubblicato nel 1970. La definizione di queste architetture come “sculture anonime” contribuisce a spostare definitivamente il lavoro dei Becher dal territorio della semplice documentazione industriale a quello dell’arte contemporanea. Impianti progettati esclusivamente per assolvere una funzione tecnica acquistano, attraverso la fotografia e il confronto tipologico, una presenza formale autonoma. Non sono stati costruiti come monumenti e non possiedono un autore nel senso tradizionale del termine, eppure nelle immagini dei Becher acquistano una monumentalità inattesa.

La mostra del MAST permette di comprendere particolarmente bene questo passaggio perché è articolata in dieci sezioni, dedicate ai paesaggi industriali, agli impianti produttivi, alle diverse modalità di osservazione di uno stesso oggetto, alle tipologie, alle abitazioni operaie, alle case a graticcio, alle Sculture anonime, alle pubblicazioni e alle prime ricerche individuali di Bernd e Hilla. Il percorso non presenta quindi soltanto una selezione delle fotografie più note, ma cerca di mostrare concretamente la costruzione progressiva di un metodo.
Particolarmente significativa è anche l’attenzione riservata alle abitazioni operaie e alle architetture minori. Il paesaggio industriale dei Becher non coincide infatti esclusivamente con le grandi strutture produttive. Fabbrica e territorio vengono implicitamente letti come parti di un unico sistema: agli impianti si affiancano gli edifici residenziali sorti nelle regioni industrializzate, contribuendo alla costruzione di un inventario più ampio delle forme materiali prodotte dalla società industriale.
Questa dimensione rende il lavoro dei Becher particolarmente interessante anche dal punto di vista della memoria e del patrimonio industriale. Molti degli edifici da loro fotografati sono stati successivamente demoliti. Le immagini hanno quindi assunto nel tempo un valore che supera le intenzioni strettamente artistiche: sono diventate testimonianze di paesaggi produttivi trasformati o definitivamente scomparsi. La fotografia interviene prima della patrimonializzazione, registrando strutture che nel momento dello scatto potevano apparire obsolete, ordinarie o prive di valore, ma che proprio attraverso quella registrazione acquistano la possibilità di essere osservate e reinterpretate nel futuro.
La forza del metodo dei Becher risiede forse proprio in questa sospensione. Le fotografie non indulgono apertamente nella nostalgia per il mondo industriale che scompare, né propongono una celebrazione della modernità produttiva. Mantengono invece una distanza rigorosa dall’oggetto. Eppure, proprio attraverso questa apparente neutralità, producono un potentissimo dispositivo di memoria: ciò che era destinato alla demolizione viene sottratto alla scomparsa e inserito in una struttura ordinata di immagini.
L’eredità di questo metodo è inoltre uno dei temi centrali dell’esposizione bolognese. Bernd Becher insegnò fotografia all’Accademia di Düsseldorf dal 1976 al 1996, contribuendo alla formazione di una generazione di autori che avrebbe avuto un ruolo decisivo nella fotografia contemporanea. Nel foyer del MAST, in dialogo con la retrospettiva, sono infatti presentate opere di Andreas Gursky, Thomas Struth, Thomas Ruff e Tata Ronkholz, provenienti dalla Collezione MAST. Il confronto consente di osservare come la lezione dei Becher sia stata progressivamente trasformata dai loro allievi, mantenendo però alcuni elementi fondamentali: frontalità, attenzione alla struttura dello spazio, serialità, precisione descrittiva e riflessione sul rapporto tra fotografia e realtà.
La scelta della Fondazione MAST come sede della retrospettiva assume infine un significato particolare. La ricerca dell’istituzione bolognese è infatti da tempo concentrata sul rapporto tra fotografia, industria, tecnologia, lavoro e società. In questo contesto l’opera dei Becher appare quasi come un punto di origine: il loro archivio fotografico mostra come l’immagine possa essere contemporaneamente documento storico, strumento di classificazione, testimonianza delle trasformazioni territoriali e opera d’arte.
History of a Method invita quindi a considerare il lavoro dei Becher non soltanto come uno dei capitoli fondamentali della fotografia del Novecento, ma anche come una riflessione estremamente attuale sul destino del patrimonio industriale. Di fronte alla trasformazione e alla scomparsa dei luoghi della produzione, le loro immagini mostrano infatti che documentare significa già attribuire valore. Fotografare un edificio prima che scompaia vuol dire sottrarlo almeno in parte all’oblio, permettere che continui a essere studiato, confrontato e interrogato. È in questo passaggio dalla struttura industriale all’immagine, dall’immagine alla serie e dalla serie all’archivio che il metodo dei Becher rivela ancora oggi tutta la sua forza.
— Lidia Giusto, storica dell’arte, fotografa, archivista, presidente dell’Associazione Ferrania Film e direttrice artistica del Ferrania Film Festival
