Per oltre un decennio le macchine fotografiche usa e getta sono sembrate destinate a scomparire. Soppiantate prima dalle compatte digitali e poi dagli smartphone, erano rimaste un ricordo delle vacanze degli anni Novanta e dei primi Duemila.
Oggi, però, stanno vivendo una sorprendente rinascita. Non si tratta di una semplice operazione nostalgia, ma di un fenomeno culturale che coinvolge soprattutto la Generazione Z e i Millennials, ridefinendo il rapporto con la fotografia nell’epoca dell’intelligenza artificiale e delle immagini digitali.
Secondo Fujifilm, il ritorno delle fotocamere monouso è iniziato intorno al 2019 e continua ancora oggi, tanto che l’azienda ha confermato un costante incremento della domanda della sua storica QuickSnap, arrivando nel 2026 a presentare nuove versioni, tra cui una in bianco e nero e una impermeabile di nuova generazione. Un segnale evidente che il mercato non considera più la fotografia analogica una semplice moda passeggera, ma un segmento in crescita.
Il paradosso è evidente: proprio mentre gli smartphone permettono di scattare migliaia di fotografie, modificarle con l’intelligenza artificiale e condividerle in pochi secondi, cresce il desiderio di utilizzare uno strumento che impone lentezza, attenzione e persino incertezza.

Una macchina usa e getta offre normalmente soltanto 27 o 36 pose. Ogni fotografia ha un costo, ogni errore è definitivo e il risultato non può essere verificato sul momento. È necessario attendere lo sviluppo del rullino prima di scoprire se l’immagine è riuscita. In un mondo dominato dall’immediatezza, questa attesa diventa parte integrante dell’esperienza fotografica.
Secondo diversi osservatori del settore fotografico, il successo dell’analogico nasce proprio dalla ricerca di autenticità. Le nuove generazioni, cresciute tra filtri, algoritmi e immagini perfettamente ottimizzate, sembrano desiderare fotografie imperfette ma sincere, capaci di raccontare un momento anziché costruire un’immagine ideale di sé.
Anche dal punto di vista estetico, la fotografia analogica è tornata a essere un riferimento. La grana della pellicola, i colori saturi, le leggere dominanti cromatiche, il flash diretto e persino gli errori di esposizione sono diventati elementi ricercati. Non è un caso che molte applicazioni digitali cerchino di imitare proprio queste caratteristiche attraverso filtri che simulano le pellicole Kodak, Fujifilm o Polaroid. Eppure, come osservano molti fotografi, nessun algoritmo riesce a riprodurre completamente la casualità chimica della pellicola.
Le macchine usa e getta rappresentano inoltre il modo più semplice per avvicinarsi alla fotografia analogica. Non occorre caricare il rullino, conoscere tempi di esposizione o diaframmi: basta inquadrare e scattare. Questa semplicità le rende ideali per chi desidera sperimentare la pellicola senza affrontare la complessità delle fotocamere tradizionali.
La loro popolarità è evidente anche nel settore degli eventi. Matrimoni, festival musicali, feste private e cerimonie distribuiscono sempre più spesso macchine fotografiche usa e getta agli invitati, trasformandoli in narratori spontanei dell’evento. Le immagini che ne derivano sono spesso meno perfette rispetto a quelle realizzate dai fotografi professionisti, ma risultano più autentiche, imprevedibili e ricche di emozione.
Parallelamente stanno crescendo i laboratori di sviluppo, i photowalk dedicati alla pellicola e perfino iniziative originali come distributori automatici che vendono rullini e fotocamere usa e getta, testimonianza di una comunità analogica sempre più attiva e diffusa.

Il ritorno dell’analogico non riguarda soltanto la fotografia. Si inserisce in una più ampia riscoperta degli oggetti fisici: il vinile continua a registrare vendite in crescita, le cassette musicali sono tornate sugli scaffali e persino la scrittura a mano e le macchine da scrivere stanno vivendo una nuova stagione di interesse.
È una reazione culturale alla smaterializzazione dell’esperienza digitale e al desiderio di recuperare gesti più lenti e consapevoli.
Naturalmente esistono anche alcuni limiti. Il costo della pellicola e dello sviluppo è aumentato sensibilmente negli ultimi anni, e questo rende ogni fotografia un piccolo investimento. Tuttavia, proprio questo aspetto contribuisce a rendere ogni scatto più ponderato e prezioso. Dove il digitale incoraggia la quantità, l’analogico invita alla qualità.
Il ritorno delle macchine fotografiche usa e getta racconta molto del nostro tempo. Nell’epoca della fotografia computazionale, dei filtri automatici e dell’intelligenza artificiale generativa, un semplice oggetto di plastica con un rullino da trentasei pose rappresenta un gesto quasi controcorrente. Non è soltanto nostalgia: è la ricerca di un diverso modo di guardare il mondo, nel quale l’imperfezione diventa autenticità e l’attesa torna a essere parte integrante del valore dell’immagine.

Più che un revival, quello delle usa e getta appare oggi come una nuova cultura della fotografia: meno legata alla performance tecnica e più orientata all’esperienza, alla memoria e al piacere di sorprendersi davanti a una fotografia che, fino al momento dello sviluppo, esiste soltanto nell’immaginazione.
Ed è in questo contesto che l’associazione Ferrania Film APS vuole essere un luogo di partecipazione attiva e condivisione, per recuperare e mantenere l’aspetto di esperienza viva e contemporanea della cultura analogica, capace di generare nuove forme di relazione, creatività e consapevolezza, tanto per chi ha vissuto l’epoca prima dell’avvento del digitale quanto per le nuove generazioni di “nativi digitali” alla ricerca e al recupero di un diverso rapporto con la fotografia e con il mondo.
— Lidia Giusto, storica dell’arte, fotografa, archivista, presidente dell’Associazione Ferrania Film e direttrice artistica del Ferrania Film Festival