Dalla cultura della pellicola alla scoperta della Val Bormida: la prima edizione del Ferrania Film Festival come laboratorio di un nuovo modo di vivere, conoscere e raccontare il territorio

Ci sono riflessioni che arrivano nel momento giusto e che, quasi naturalmente, aiutano a dare un nome e una forma più precisa a qualcosa che si sta già sperimentando sul campo, magari senza averne ancora individuato fino in fondo tutte le implicazioni. È quello che è accaduto leggendo le considerazioni sul Turismo delle Passioni sviluppate da Giancarlo Dall’Ara, amico e collega con il quale da molti anni condividiamo riflessioni, confronti e un comune interesse verso forme di turismo capaci di partire dall’identità autentica dei luoghi, dalle persone che li abitano e dalle relazioni che intorno a essi possono essere costruite.

Le riflessioni di Giancarlo ci hanno portato a rileggere sotto una luce diversa quanto accaduto durante la prima edizione del Ferrania Film Festival, perché alcuni dei comportamenti che abbiamo potuto osservare nei giorni della manifestazione sembrano indicare una dinamica che va oltre la semplice partecipazione a un evento culturale e che riguarda, più profondamente, il rapporto tra una passione, la motivazione al viaggio e la successiva scoperta di un territorio.

Per molto tempo il turismo ha costruito la propria narrazione prevalentemente intorno alla destinazione: si viaggiava per visitare una città, vedere un monumento, conoscere un paesaggio, entrare in un museo o raggiungere una località già riconosciuta come turistica. Successivamente l’attenzione si è progressivamente spostata sull’esperienza, sulla possibilità cioè non soltanto di vedere qualcosa, ma di fare qualcosa nel luogo visitato, entrando in contatto con attività, tradizioni e modi di vivere.

Il Turismo delle Passioni introduce un ulteriore cambio di prospettiva, perché suggerisce che si possa decidere di viaggiare prima di tutto per ciò che ci appassiona, facendo sì che la destinazione non rappresenti necessariamente il punto di partenza della scelta, ma possa diventare la conseguenza di una motivazione personale, culturale o professionale sufficientemente forte da mettere una persona in movimento.

Ed è proprio osservando quanto accaduto durante la prima edizione del Ferrania Film Festival che questa idea ci è sembrata particolarmente concreta: persone arrivate da fuori Val Bormida per la fotografia, per il cinema, per la pellicola, per la cultura analogica e per il richiamo esercitato dal nome Ferrania hanno finito per trascorrere sul territorio un’intera giornata o più giorni, utilizzando i servizi locali, mangiando nei ristoranti della zona, pernottando nelle strutture ricettive e, in alcuni casi, prolungando spontaneamente la propria permanenza per andare alla scoperta dei luoghi circostanti.

Si è così delineata una dinamica semplice nella sua struttura, ma estremamente interessante nelle sue possibili conseguenze: una passione ha generato un viaggio e quel viaggio ha generato, a sua volta, la scoperta di un territorio. È da questa osservazione che nasce la possibilità di leggere il Ferrania Film Festival come un piccolo laboratorio di Turismo delle Passioni in Val Bormida.

Una passione prima della destinazione

Il punto di partenza del Ferrania Film Festival non è un prodotto turistico costruito a tavolino, ma qualcosa di molto più specifico e, allo stesso tempo, profondamente radicato nella storia del territorio: la pellicola fotografica e cinematografica, intesa non soltanto come supporto tecnico, ma come tecnologia, linguaggio, patrimonio industriale, oggetto materiale, memoria collettiva e pratica artistica ancora pienamente contemporanea.

Intorno alla pellicola esiste oggi una comunità ampia e trasversale, composta da fotografi, filmmaker, artisti, collezionisti, tecnici, studiosi, archivisti, operatori culturali e semplici appassionati, persone di età, formazione e provenienza molto differenti che condividono un interesse capace di andare ben oltre la nostalgia per un oggetto appartenente al passato. La cultura analogica contemporanea, infatti, non può essere interpretata esclusivamente attraverso la categoria della nostalgia, perché comprende ricerca, sperimentazione, manualità, conoscenza dei materiali, attenzione ai processi e un diverso rapporto con il tempo e con l’immagine, particolarmente significativo in un’epoca nella quale la produzione e la circolazione delle fotografie sono diventate pressoché istantanee.

All’interno di questa storia Ferrania possiede qualcosa di unico, perché qui la pellicola non è stata semplicemente utilizzata, studiata, venduta o conservata: qui è stata prodotta, attraverso un sistema industriale complesso che ha coinvolto per decenni lavoratori, tecnici, ricercatori, famiglie e intere comunità. La storia industriale di Ferrania e della Val Bormida si è intrecciata profondamente con quella della fotografia e del cinema, dando vita a un patrimonio fatto di fabbrica, ricerca scientifica, competenze tecniche, brevetti, macchinari, prodotti, immagini, documenti, racconti e memorie che ancora oggi rendono il nome Ferrania immediatamente riconoscibile per una parte importante della comunità fotografica e cinematografica.

È precisamente questo legame tra una passione contemporanea e un luogo nel quale quella stessa passione possiede radici storiche profonde a trasformare Ferrania in una possibile motivazione di viaggio. Il processo tradizionale può quindi essere rovesciato: non necessariamente si sceglie prima una destinazione per poi cercare qualcosa da fare una volta arrivati, ma si può partire da un interesse specifico — la fotografia analogica, il cinema su pellicola, la storia dei materiali fotosensibili, le tecniche di sviluppo e stampa — e scoprire che esiste un luogo nel quale quella storia è realmente accaduta, decidendo proprio per questo di raggiungerlo. La differenza può sembrare sottile, ma dal punto di vista turistico e territoriale è sostanziale.

Un momento dal photowalk analogico di sabato 12 settembre 2026 presso Ferrania Borgo. Foto © Pietro Nicola Bonetta.

Il valore della specificità per un territorio interno

Per un’area interna come la Val Bormida questo cambiamento di prospettiva può assumere un’importanza particolare, perché non tutti i luoghi possono, e probabilmente nemmeno devono, trasformarsi in destinazioni turistiche generaliste, tentando di competere attraverso gli stessi strumenti utilizzati dalle città d’arte, dalle grandi località balneari o dalle destinazioni già consolidate. Un territorio può invece interrogarsi su ciò che possiede di specifico, autentico e difficilmente replicabile altrove, individuando proprio in questa unicità la propria capacità di attrarre persone realmente motivate.

La storia di Ferrania appartiene pienamente a questa categoria, perché non è necessario inventare artificialmente un’identità da proporre all’esterno: esiste già una storia capace di parlare a una comunità precisa e di mettere in relazione il territorio con persone che, anche vivendo molto lontano, riconoscono nel nome Ferrania qualcosa che appartiene al proprio immaginario fotografico e cinematografico. La domanda, allora, può cambiare radicalmente. Invece di domandarci semplicemente come attirare più turisti in Val Bormida, potremmo chiederci quali persone, quali comunità e quali appassionati possano trovare proprio qui qualcosa che per loro possiede un valore particolare e che difficilmente potrebbero trovare altrove.

Questo passaggio significa abbandonare l’idea di un pubblico turistico indistinto e iniziare a ragionare in termini di comunità di interesse, sapendo che una comunità fortemente motivata può essere disponibile a percorrere molti chilometri per raggiungere un luogo che riconosce come significativo per la propria passione.

Dall’esperienza alla relazione

Il Turismo delle Passioni introduce inoltre un altro elemento fondamentale, che riguarda la relazione tra le persone, perché una passione raramente rimane confinata alla dimensione individuale: ha bisogno di essere raccontata, praticata, discussa, confrontata e soprattutto condivisa con altri.

Il Ferrania Film Festival nasce precisamente come spazio nel quale questa condivisione può avvenire, facendo sì che proiezioni analogiche, workshop, mostre, talk, photowalk, visite ed esplorazioni del territorio non rappresentino semplicemente una successione di appuntamenti inseriti all’interno di un programma, ma diventino occasioni attraverso le quali persone provenienti da esperienze, generazioni e luoghi differenti possano riconoscersi intorno a un interesse comune.

Un collezionista può così incontrare un giovane fotografo che utilizza per la prima volta una macchina analogica, un ex lavoratore può dialogare con un artista, uno studioso può confrontarsi con un tecnico, mentre chi conserva la memoria industriale del territorio può incontrare chi oggi sta sperimentando nuovi linguaggi attraverso tecniche e materiali analogici. Professionisti e appassionati possono sedersi allo stesso tavolo, condividere conoscenze, confrontare esperienze e parlare della stessa materia da prospettive completamente differenti, facendo emergere quel patrimonio di relazioni informali che spesso rappresenta uno degli aspetti più importanti e duraturi di una manifestazione culturale. È in questo passaggio che l’esperienza diventa qualcosa di più della semplice partecipazione a un evento, perché la vera esperienza finisce per coincidere con l’incontro tra persone attraverso una passione condivisa, ed è proprio qui che un festival può superare i confini tradizionali della manifestazione culturale e iniziare a generare relazioni con il territorio nel quale si svolge.

Alcuni partecipanti del Ferrania Film Festival durante l’inaugurazione della mostra collettiva presso Palazzo Rosso a Cengio, venerdì 11 settembre 2026. Foto © Pietro Nicola Bonetta.

La prima edizione: quando la passione mette in movimento le persone, dalla partecipazione al soggiorno

La prima edizione del Ferrania Film Festival ha permesso di osservare concretamente alcune di queste dinamiche e uno degli aspetti che ci è sembrato maggiormente significativo è stata la buona affluenza di pubblico proveniente da fuori Val Bormida, composto da persone che hanno deciso di mettersi in viaggio e raggiungere il territorio perché interessate alla fotografia, al cinema, alla pellicola, alla cultura analogica e alla storia di Ferrania.

Il primo elemento interessante è quindi già contenuto nel viaggio stesso, perché significa che la motivazione culturale proposta dal Festival è stata sufficientemente forte da generare uno spostamento verso un territorio che, per molti partecipanti, non rappresentava in precedenza una destinazione abituale. Ancora più interessante, tuttavia, è stato osservare ciò che è accaduto una volta che queste persone sono arrivate, perché molti partecipanti non hanno raggiunto il Festival semplicemente per assistere a una singola proiezione, a un talk o a un incontro per poi ripartire immediatamente, ma hanno scelto di trascorrere l’intera giornata sul territorio, seguendo più appuntamenti, partecipando alle attività, incontrando altre persone e utilizzando contemporaneamente i servizi locali, a partire dalla ristorazione.

Il tempo dedicato al Festival è diventato quindi anche tempo trascorso sul territorio e, quasi senza una separazione precisa tra le due dimensioni, il partecipante alla manifestazione ha iniziato a trasformarsi in visitatore della Val Bormida. E, accanto al pubblico giornaliero, la prima edizione ha fatto emergere un altro comportamento particolarmente significativo, rappresentato dalle persone che, fortemente motivate dalla proposta culturale e desiderose di seguire l’intero programma, hanno deciso di fermarsi per tutte le giornate del Festival, trasformando quella che avrebbe potuto essere una semplice escursione giornaliera in un vero e proprio soggiorno.

Questa scelta ha naturalmente comportato la ricerca e l’utilizzo delle strutture ricettive locali, con partecipanti che hanno pernottato in B&B e hotel di Cengio, Millesimo e Cairo Montenotte, distribuendo così la propria presenza su diversi comuni della Val Bormida e facendo sì che gli effetti della manifestazione non rimanessero confinati esclusivamente nei luoghi nei quali si svolgevano gli appuntamenti. Si tratta di un elemento importante perché mostra concretamente come una passione culturale possa generare una piccola economia territoriale diffusa: chi arriva per seguire un Festival deve mangiare, dormire, spostarsi, fermarsi per un caffè, utilizzare servizi e, inevitabilmente, entrare in relazione con attività economiche e persone che non fanno direttamente parte dell’organizzazione dell’evento.

L’impatto di un festival, quindi, non coincide esclusivamente con ciò che accade all’interno delle sale, degli spazi espositivi o dei luoghi nei quali si svolgono le attività, ma comprende una dimensione più diffusa e meno immediatamente visibile che riguarda il territorio circostante e che merita, nelle prossime edizioni, di essere osservata con sempre maggiore attenzione.

Quando il Festival finisce, il viaggio continua

Un altro comportamento osservato durante la prima edizione ci è sembrato particolarmente significativo proprio perché non era direttamente determinato dal programma del Festival: alcuni partecipanti, prima di rientrare verso casa, hanno deciso spontaneamente di dedicare ancora del tempo alla scoperta della Val Bormida, approfittando della permanenza per visitare luoghi, attraversare paesi, percorrere strade e conoscere meglio quella parte di Liguria che, in molti casi, non avevano mai avuto occasione di frequentare. Il programma del Festival, per loro, era terminato, ma il viaggio non era ancora finito.

Questo passaggio mostra con grande semplicità uno dei possibili meccanismi del Turismo delle Passioni, perché la persona non è necessariamente partita con l’intenzione iniziale di visitare la Val Bormida, ma è arrivata perché voleva partecipare al Ferrania Film Festival e, una volta sul posto, la passione che l’aveva messa in movimento è diventata una porta d’ingresso verso qualcosa di più ampio.

Da Ferrania e dal Festival l’interesse si è progressivamente spostato verso Cengio, Millesimo, Cairo Montenotte, verso il paesaggio, i piccoli centri, le strade e la curiosità di comprendere meglio il territorio nel quale quella storia industriale e culturale aveva avuto origine.

La dinamica che abbiamo osservato potrebbe quindi essere sintetizzata attraverso una sequenza che, pur nella sua semplicità, contiene una prospettiva interessante: passione, viaggio, partecipazione, permanenza, scoperta e, infine, relazione con il territorio.

Cengio: la scoperta di un luogo inatteso

Tra i luoghi vissuti durante la prima edizione, Cengio ha suscitato un particolare gradimento da parte di diversi partecipanti provenienti da fuori valle, molti dei quali non conoscevano il paese e più in generale questa parte della Val Bormida prima di raggiungere il Festival. Ad essere apprezzate sono state soprattutto la qualità del paesaggio, la tranquillità, la presenza del verde e quella dimensione raccolta che caratterizza molti luoghi dell’entroterra e che, per chi arriva da contesti urbani più grandi o da aree maggiormente congestionate, può rappresentare un elemento di grande valore. Si tratta di caratteristiche che possono apparire quasi ordinarie a chi vive quotidianamente questi luoghi, ma che acquistano un significato differente nello sguardo di chi arriva per la prima volta e trova un ambiente nel quale è possibile rallentare, osservare, camminare e trascorrere del tempo senza la pressione e la densità tipiche delle destinazioni turistiche maggiormente frequentate.

Cengio presenta inoltre una collocazione geografica particolarmente interessante, trovandosi in un territorio di connessione tra Liguria and Piemonte, immerso nell’entroterra ma allo stesso tempo relativamente vicino alla costa ligure, una posizione che può essere letta non come elemento di marginalità, ma come opportunità per costruire connessioni tra territori, paesaggi ed esperienze differenti.

Il gradimento manifestato dai partecipanti suggerisce inoltre una riflessione che riguarda il modo in cui le comunità locali percepiscono il proprio territorio, perché spesso chi vive quotidianamente in un luogo finisce per considerare normali caratteristiche che, agli occhi di chi arriva da fuori, possono rappresentare elementi di forte attrattività: il silenzio, il verde, il paesaggio, la possibilità di muoversi senza grandi flussi turistici, la dimensione umana dei paesi e il rapporto immediato con l’ambiente circostante. Sono elementi che non hanno bisogno di essere trasformati o spettacolarizzati per diventare interessanti, ma che devono prima di tutto essere riconosciuti, raccontati e messi in relazione con le motivazioni di chi arriva.

Dal pubblico agli abitanti temporanei

Quanto osservato durante la prima edizione suggerisce anche di ripensare il significato stesso della parola “pubblico”, perché chi raggiunge il Ferrania Film Festival non è soltanto uno spettatore che assiste a una serie di appuntamenti, ma diventa, per qualche ora, per un’intera giornata o per più giorni, una sorta di abitante temporaneo della Val Bormida. Durante la propria permanenza mangia nei locali, dorme nelle strutture ricettive, percorre le strade, fotografa i paesaggi, entra nei paesi, parla con le persone, ascolta storie e costruisce una propria immagine del territorio, che successivamente porterà con sé e che, molto probabilmente, racconterà attraverso conversazioni, fotografie e condivisioni.

Questa prospettiva modifica anche il modo attraverso il quale possiamo valutare l’impatto di una manifestazione culturale, perché alla domanda tradizionale — quante persone hanno partecipato? — diventa necessario affiancarne progressivamente altre, capaci di restituire la complessità di ciò che realmente accade intorno a un evento. Diventa quindi interessante sapere da dove arrivano i partecipanti, quanto tempo rimangono, quanti decidono di pernottare, quali strutture scelgono, dove mangiano, quali luoghi visitano, che cosa scoprono durante la permanenza e, soprattutto, se sarebbero arrivati in Val Bormida senza il Festival e se l’esperienza vissuta ha generato il desiderio di tornare.

Queste domande potrebbero diventare, nelle prossime edizioni, veri e propri strumenti di osservazione, perché accanto al numero delle presenze esiste un indicatore forse meno immediato ma altrettanto importante: la qualità della relazione che l’evento riesce a generare tra le persone e il territorio.

Una rete territoriale da costruire

La prima edizione suggerisce quindi una prospettiva interessante per il futuro, nella quale l’obiettivo culturale del Ferrania Film Festival rimane centrale e non viene in alcun modo subordinato a una funzione turistica. Il Festival nasce per creare uno spazio di incontro dedicato alla pellicola, alla fotografia, al cinema e alle culture analogiche e, proprio per questo, è la forza della sua identità culturale a poter produrre indirettamente anche risultati di carattere territoriale e turistico.

Non occorre quindi trasformare il Festival in un prodotto turistico e nemmeno sovrapporgli artificialmente un’offerta pensata per inseguire pubblici generici; al contrario, appare molto più interessante rafforzarne la specificità, perché quanto più la proposta culturale sarà riconoscibile e autorevole, tanto più sarà capace di intercettare persone realmente motivate, disponibili a viaggiare, a fermarsi e a dedicare tempo alla scoperta dei luoghi. Il turismo, in questa prospettiva, non viene costruito artificialmente sopra l’evento, ma nasce quasi naturalmente come conseguenza della capacità dell’evento di generare una motivazione al viaggio.

Se la prima edizione ha mostrato che una parte del pubblico arriva da fuori valle e che alcune persone scelgono di fermarsi per più giorni, diventa possibile immaginare intorno al Festival una rete territoriale sempre più consapevole, nella quale strutture ricettive, ristoratori, produttori locali, associazioni, realtà culturali e altri soggetti possano progressivamente entrare in relazione con la manifestazione.

Un fregio S.I.P.E. nella sala dell’Osteria del Castello di Cengio Alto di Origine Laboratorio, che ha ospitato il pranzo conviviale del Festival e realizzato uno degli eventi Off.

Non si tratta necessariamente di costruire pacchetti turistici standardizzati, quanto piuttosto di offrire opportunità coerenti con le caratteristiche e gli interessi del pubblico che il Festival richiama, facendo in modo che chi arriva per la fotografia possa trovare occasioni per conoscere luoghi particolarmente interessanti dal punto di vista fotografico, che chi è attratto dalla storia di Ferrania possa scoprire altri luoghi della memoria industriale e che chi decide di fermarsi per più giorni possa disporre di suggerimenti per conoscere la valle durante il tempo libero.

Un partecipante potrebbe così arrivare per una proiezione e scoprire un itinerario industriale, partecipare a un workshop e fermarsi successivamente a cena, aggiungere una notte al proprio soggiorno per visitare un altro luogo oppure decidere di tornare in un’altra stagione per fotografare nuovamente il territorio. In questo modo l’evento culturale può diventare un attivatore territoriale, senza perdere la propria identità e senza trasformarsi in qualcosa di diverso da ciò che è nato per essere.

Ferrania come luogo simbolico della cultura analogica

Esiste poi una prospettiva ancora più ampia, che riguarda la possibilità di considerare Ferrania non soltanto come luogo della memoria industriale, ma come possibile luogo simbolico della cultura analogica contemporanea, capace di mettere in relazione una storia produttiva straordinaria con le nuove pratiche fotografiche e cinematografiche.

The ritorno alla pellicola, infatti, non riguarda esclusivamente la nostalgia, perché nuove generazioni di fotografi, filmmaker e artisti stanno riscoprendo processi analogici, materiali fotosensibili, sviluppo, stampa e proiezione, utilizzando tecniche storiche per produrre linguaggi pienamente contemporanei. Ferrania possiede quindi una caratteristica rara: permette di mettere in relazione passato industriale, memoria, cultura materiale, conoscenze tecniche e sperimentazione contemporanea, facendo sì che la storia non venga semplicemente conservata, ma possa tornare a essere interrogata e utilizzata come punto di partenza per nuove esperienze.

Il Festival lavora precisamente all’interno di questo spazio e non vuole limitarsi a raccontare ciò che Ferrania è stata, ma interrogarsi anche su ciò che Ferrania può rappresentare oggi e domani per chi continua a utilizzare, studiare, conservare e reinventare la pellicola. In questa prospettiva, la memoria non rappresenta un punto di arrivo, ma diventa una risorsa attraverso la quale costruire nuove relazioni.

Dall’evento alla comunità

Il Turismo delle Passioni invita infine a superare la logica dell’evento isolato, perché una comunità di appassionati non nasce il giorno dell’inaugurazione e non scompare quando si spegne il proiettore dell’ultima proiezione. Il Ferrania Film Festival può quindi essere considerato come il momento più visibile di un processo più ampio promosso dall’associazione Ferrania Film APS, nel quale l’obiettivo è costruire e consolidare relazioni tra persone, competenze, memorie, pratiche contemporanee e territorio, facendo sì che quanto nasce durante i giorni della manifestazione possa continuare anche successivamente.

Il vero patrimonio generato da un Festival di questo tipo non è infatti costituito soltanto dal numero degli eventi realizzati o delle persone presenti, ma anche dalle relazioni che nascono, dalle persone che si conoscono, dalle idee sviluppate durante una conversazione, dalle collaborazioni che potranno prendere forma e dalla capacità di costruire nel tempo una comunità che riconosca Ferrania come luogo significativo. Conta quindi quante persone torneranno, quante parleranno di Ferrania ad altri appassionati, quante collaborazioni nasceranno e quante persone, dopo aver partecipato al Festival, conserveranno della Val Bormida un ricordo sufficientemente forte da desiderare di tornarvi.

Dalle osservazioni ai dati

La prima edizione ci ha restituito soprattutto osservazioni qualitative, che proprio per questo devono essere considerate come primi segnali da approfondire: abbiamo visto persone arrivare da fuori valle, partecipanti rimanere per l’intera giornata, altri scegliere di fermarsi per tutte le giornate del Festival, pernottando nelle strutture di Cengio, Millesimo e Cairo Montenotte; abbiamo osservato l’utilizzo dei servizi di ristorazione, raccolto impressioni positive sul territorio e incontrato persone che, terminate le attività previste dal programma, hanno deciso di continuare autonomamente la propria visita.

Se questi segnali sono interessanti, il passo successivo potrebbe essere quello di trasformarli progressivamente in dati capaci di raccontare con maggiore precisione l’impatto del Festival, introducendo nelle prossime edizioni semplici strumenti di rilevazione che consentano di conoscere la provenienza dei partecipanti, la durata della permanenza, il numero dei pernottamenti, le strutture utilizzate, i luoghi visitati e l’eventuale intenzione di tornare.

Questo permetterebbe di comprendere meglio non soltanto il successo culturale della manifestazione, ma anche la sua capacità di generare ricadute diffuse, senza ridurre tutto alla dimensione economica e cercando invece di misurare il complesso sistema di relazioni che un evento culturale può attivare.

Una possibile opportunità per le aree interne

La riflessione può naturalmente andare oltre il Ferrania Film Festival, perché le aree interne possiedono spesso patrimoni culturali, produttivi, ambientali e sociali estremamente specifici, ma incontrano maggiori difficoltà quando cercano di inserirsi all’interno dei modelli turistici tradizionali. Forse, almeno in alcuni casi, il problema non è rappresentato dalla mancanza di attrattività dei territori, ma dal modello attraverso il quale si tenta di raccontarli.

Se una piccola località cerca di competere con una grande città d’arte o con una destinazione balneare consolidata, parte inevitabilmente da una posizione di svantaggio; se, al contrario, quella stessa località possiede qualcosa che per una determinata comunità di appassionati è unico, il rapporto cambia completamente, perché non sono necessari grandi numeri, quanto piuttosto motivazioni forti e riconoscibili. Una comunità relativamente piccola ma fortemente motivata può infatti generare effetti significativi, soprattutto quando le persone che ne fanno parte sono disposte a fermarsi, partecipare, utilizzare i servizi locali e costruire una relazione con il luogo.

La forza delle aree interne potrebbe risiedere proprio nella capacità di riconoscere le proprie specificità e di metterle in relazione con le passioni delle persone, evitando di inseguire modelli turistici estranei alla propria identità.

Dal turismo delle destinazioni al turismo delle connessioni

Ed è qui che torniamo alla riflessione di Giancarlo Dall’Ara, perché il Turismo delle Passioni ci aiuta a guardare al viaggio da un punto di vista differente, nel quale la distanza geografica perde parte della propria importanza quando esiste una motivazione sufficientemente forte da convincere una persona a mettersi in movimento.

Per un appassionato di fotografia analogica, Ferrania non è un luogo qualsiasi, perché il nome stesso contiene una storia industriale, tecnologica, sociale e culturale che appartiene anche alla storia della fotografia e del cinema e che continua ad avere un significato per chi utilizza, studia o semplicemente ama la pellicola. Questa riconoscibilità può trasformare un territorio dell’entroterra ligure in un punto di riferimento per una comunità molto più ampia dei suoi confini geografici, facendo sì che il Ferrania Film Festival diventi progressivamente un ponte tra due dimensioni: da una parte una comunità di interesse che supera i confini territoriali e, dall’altra, una comunità locale che conserva luoghi, racconti, memorie, paesaggi e competenze legati proprio a quella storia.

Nel mezzo c’è il Festival, che rende possibile l’incontro e crea le condizioni affinché una passione individuale possa diventare esperienza condivisa e, successivamente, relazione con il territorio.

Partecipanti al photowalk analogico di sabato 12 settembre davanti all’ingresso dello stabilimento di Ferrania. Foto © Pietro Nicola Bonetta.

La prima edizione del Ferrania Film Festival è stata inevitabilmente un punto di partenza, ma proprio perché prima edizione ci ha consentito di osservare alcuni fenomeni che meritano di essere approfonditi: persone provenienti da fuori Val Bormida hanno raggiunto il Festival, molte hanno trascorso sul territorio l’intera giornata, alcune hanno deciso di fermarsi per tutte le giornate della manifestazione hanno utilizzato i servizi di ristorazione e conosciuto le località della valle, apprezzato il paesaggio, il verde e la tranquillità e, in alcuni casi, prima di tornare a casa hanno deciso di dedicare ancora qualche ora alla scoperta del territorio.

Tutto questo è cominciato da una passione e forse è proprio questa la lezione più interessante che possiamo trarre dalla prima esperienza del Festival: le persone non viaggiano soltanto verso destinazioni già conosciute, ma possono decidere di mettersi in movimento anche per raggiungere qualcosa che appartiene alla loro storia personale, ai loro interessi e al loro immaginario. Una fotografia, una tecnica, un materiale fotosensibile, una macchina fotografica, una storia industriale, una proiezione su pellicola o semplicemente un nome letto per anni su una confezione fotografica possono diventare ragioni sufficienti per intraprendere un viaggio e, quando quel viaggio comincia, può accadere qualcosa di ulteriore: si arriva per una passione e si riparte avendo scoperto un territorio.

È questa una delle direzioni nelle quali il Ferrania Film Festival può continuare a crescere, non soltanto come festival dedicato alla cultura analogica, ma come luogo d’incontro di una comunità di appassionati che a Ferrania può riconoscere una parte della propria storia e nella Val Bormida può trovare un territorio da conoscere, vivere, raccontare e nel quale desiderare di tornare.

In questo senso il Ferrania Film Festival può diventare un laboratorio di Turismo delle Passioni per la Val Bormida, un progetto nel quale cultura, memoria industriale, paesaggio, comunità, ospitalità e attività economiche locali entrano progressivamente in relazione senza la necessità di costruire artificialmente una destinazione turistica, perché il punto di partenza esiste già ed è costituito da una storia autentica, da un territorio che conserva le tracce di quella storia e da una comunità contemporanea che continua a riconoscersi in essa.

Forse è proprio questa la prospettiva più interessante con cui guardare al futuro del Ferrania Film Festival: comprendere che, a volte, non è il territorio a dover chiedere alle persone di venire, perché può essere una passione, quando è autentica e condivisa, a indicare loro la strada.

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Lidia Giusto